Il tempo come valore sociale: quando costruire casa significa riprendere il controllo della propria vita
La pressione temporale è uno dei tratti distintivi della società contemporanea: famiglie che devono conciliare lavoro, cura dei figli, gestione domestica, tempo per sé. In questo contesto, i tempi biblici del cantiere tradizionale (18-24 mesi per una casa) diventano insostenibili. Non è solo questione economica, ma di qualità della vita: coppie che rimandano progetti familiari, vite sospese in attesa di una consegna che slitta.
Ne abbiamo parlato con Mario Abis, sociologo esperto di trasformazioni sociali e comportamenti dell'abitare.
Oggi viviamo in una società dove il tempo ha cambiato natura. Cosa significa questo per chi decide di costruire o ristrutturare casa?
Il tema del tempo è oggi fondamentale perché siamo passati da un tempo strutturato dall'esterno a un tempo fluido: un tempo che ciascuno si auto-organizza sempre di più. Le otto ore fisse, il divertimento serale, le routine prevedibili non esistono più. Oggi è tutto mescolato, e il tempo è diventato un elemento centrale della qualità della vita.
Tutto ciò che riguarda il rapporto con la città, con la vita esterna — a cominciare dalla casa e dai cantieri — non deve erodere tempo alle persone. Sempre di più la popolazione capisce che il tempo vale: devo poterlo organizzare per me, non per gestire attese imposte dall'esterno.
I tempi medi per costruire una casa si aggirano sui 18-24 mesi. Potersi permettere di aspettare — sostenendo affitti doppi, mutui che decorrono, vite in sospeso — è sempre più un privilegio. Il tempo di costruzione sta diventando un fattore di disuguaglianza?
Quando un cantiere si prolunga indefinitamente, il valore del tempo viene attaccato. Il tema dei tempi lunghi è enorme ed è anche politico. Ma al di là degli interessi che spesso li alimentano, c'è un problema sociale fondamentale: il cantiere lungo paralizza la vita delle persone.
È incoerente con i tempi delle vite contemporanee, sempre più veloci. Come si può accettare un cantiere che dura anni quando le trasformazioni, anche generazionali, avvengono in pochi anni? A Milano ci sono cantieri aperti da cinque anni dove non succede niente. Questo è inaccettabile per i tempi della vita moderna.
Un sistema costruttivo che garantisca tempi certi e costi definiti potrebbe restituire alle famiglie il controllo sul proprio progetto di vita?
Sì, il tema del controllo del tempo è importante. La velocità del cantiere è determinata dalla capacità di fare innovazione tecnologica: come costruisci, con quali materiali, con quali processi.
L'accorciamento dei tempi è assolutamente possibile. Passare da 24 a 12 mesi è legato alla capacità di innovare attraverso meccanismi industriali: prefabbricati, materiali leggeri, costruzione modulare. L'industrializzazione si collega al tempo veloce e porta con sé anche l'abbassamento dei costi come ulteriore vantaggio.
Ma c'è un problema culturale: la cultura di questo settore è spesso vecchia, resistente al cambiamento. Eppure queste innovazioni potrebbero essere facilmente implementate. Trasformare l'azienda edile in azienda industriale è un vecchio tema, ma oggi è più urgente che mai.
L'analisi di Mario Abis è chiara: in una società dove il tempo è la risorsa più preziosa, i tempi del cantiere tradizionale sono incompatibili con la vita delle persone. Non si tratta solo di efficienza, ma di rispetto per il tempo di vita di chi aspetta una casa.
Sistemi costruttivi come quello di Ekoru — prefabbricazione off-site, ingegneria industriale, assemblaggio rapido — rispondono a questa esigenza: cantieri in 6-8 mesi invece di 18-24, tempi certi e costi definiti. È restituire alle famiglie il controllo sul proprio progetto di vita.
Quando la tecnologia costruttiva rispetta il valore del tempo, costruire casa diventa ciò che dovrebbe essere: un passaggio verso il futuro, non una sospensione del presente.