Slider

Rigenerazione urbana: costruire nuove identità senza fermare la città

Intervista a Mario Abis, sociologo

Le città italiane si stanno trasformando: i quartieri storici invecchiano, le periferie si espandono, le aree metropolitane inglobano territori sempre più vasti. Rigenerare significa intervenire sui territori, ma anche su tessuti abitati, comunità vive ed equilibri fragili. Due questioni emergono con forza: come costruire identità in spazi che non ne hanno ancora una? E come evitare che i tempi infiniti dei cantieri distruggano proprio quei legami sociali che la rigenerazione dovrebbe rafforzare?

Ne abbiamo parlato con Mario Abis, sociologo ed esperto di trasformazioni urbane.

Immagine 1
Il paradosso dell'identità: non recuperare il vecchio, ma inventare il nuovo

Quando si interviene per rigenerare un quartiere, si rischia di cancellare un patrimonio immateriale fatto di relazioni e memorie condivise. Come può una comunità mantenere il proprio senso di appartenenza mentre lo spazio fisico viene trasformato?

Oggi bisogna vedere il sistema delle identità nelle città attraverso il fatto che esse si allargano in aree metropolitane sempre più estese. Milano, per esempio, ha un'identità storica fondata su otto o nove quartieri e circa un milione di abitanti, ma come città metropolitana si estende oggi fino a oltre nove milioni di persone. Bisogna quindi innanzitutto definire qual è il confine della città rispetto al territorio nuovo che si viene a formare. Stiamo assistendo essenzialmente alla nascita di nuove città nella città.

Il vero tema, quindi, non è tanto l'identità da recuperare o da mantenere nella storia. È piuttosto interpretare le nuove città che si formano nel territorio metropolitano in espansione. Serve un lavoro di mediazione tra identità tradizionali consolidate — che sono sempre più marginali, perché le trasformazioni sono talmente forti da renderle residuali — e identità completamente nuove da costruire. Certo, esistono i quartieri storici, le città d'arte, i tessuti da preservare, le famiglie radicate; ma parliamo di realtà circoscritte: sono un piccolo pezzo delle città contemporanee.

L’obiettivo per il progettista non è solo trovare un senso identitario collegato al vecchio, al tradizionale. Il vero problema è il nuovo: come si costruisce un'identità nuova in una città metropolitana che si è sviluppata senza averne una? È una sfida che interpella direttamente la creatività dei progettisti. Dobbiamo immaginare queste città fatte di quartieri vecchi e quartieri nuovi, di persone metropolitane che devono cercare una forma — una nuova identità, una nuova forma che prima non esisteva. E quando dico "forma" intendo forma in senso ampio: forma sociale, forma architettonica, forma urbanistica, forma ambientale. Ricordiamoci che la città metropolita moderna non è una sommatoria di vecchi e nuovi quartieri ma, per essere un sistema equilibrato, deve essere soprattutto fatta di relazioni e di connessioni.

Immagine 2
Il ruolo delle infrastrutture pubbliche nella costruzione dell'identità

Come si crea questa identità artificiale? Qual è il ruolo delle infrastrutture in questo contesto?

Attraverso la progettazione di sistemi urbanistici che contengano centri di aggregazione culturale e sociale. Servono opere pubbliche — infrastrutture, centri sociali, servizi — che diano una dimensione pubblica alla struttura che altrimenti si riduce a solo un'aggregazione di dimensioni private.

Senza questo lavoro, le espansioni metropolitane rischiano di diventare quello che spesso già sono — e non solo in Italia, ma a livello planetario: ammassi di case, popolazione e soggetti infrastrutturali completamente inerti, privi di qualsiasi identità riconoscibile.

Scampia, Catania, Palermo: ricucire identità "corrotte"

In Italia esistono quartieri la cui identità è segnata da storie difficili — criminalità, degrado, marginalità. Come si affronta la rigenerazione quando l'identità da cui si parte è essa stessa un problema?

In un territorio denso come l'Italia, questo significa anche leggere le espansioni dei territori, capire cosa caratterizza un'area metropolitana rispetto a un'altra. Sono questi gli elementi di vincolo da cui partire per definire strategie progettuali.

Il caso di Scampia è emblematico: un quartiere con una storia segnata dall'architettura e dalla criminalità organizzata, dove la rigenerazione deve fare i conti con un'identità problematica da ricucire. Ma di Scampia ne abbiamo tante in Italia, specialmente al Sud: quartieri a Palermo, aree nel Veneto, zone con identità che potremmo definire "corrotte".

Un esempio concreto viene dal quartiere Librino di Catania — area a forte presenza mafiosa. La città stava sviluppando una nuova vocazione tecnologica grazie a un centro di ricerca, ma non si riusciva a collegare questa modernità ai problemi storicamente legati al quartiere. Ho collaborato personalmente ad un progetto sviluppato con Renzo Piano che ha creato una palestra e un campo da rugby come infrastrutture pubbliche collanti tra vecchia e nuova identità. Lo sport può essere meccanismo di aggregazione sociale, veicolo di valori, strumento di mediazione.

Questo esempio insegna qualcosa di fondamentale: bisogna pensare in piccolo. Sono i piccoli segni a rappresentare il valore identitario, più delle grandi opere. La piazza tradizionale, se non è viva, diventa luogo di abbandono e solitudine: può portare alienazione, può attirare degrado. Lo stesso vale per il verde: si pensa che basti aggiungere spazi verdi, ma senza attività questi possono diventare luoghi di criminalità.

Servono invece strutture attive, luoghi pubblici che siano oggetto di attività concrete - sport, musica, cultura, arte - non contenitori vuoti. È solo attraverso centri organici attivi che si crea una porta al cambio sociale.

Immagine 3
La città in sospensione: quando il cantiere diventa nemico

Un quartiere in cantiere è un quartiere paralizzato: strade chiuse, piazze inaccessibili, percorsi interrotti. Esiste una soglia temporale oltre la quale questa sospensione produce fratture irreparabili nella comunità?

Questo è un tema enorme, che ha anche risvolti politici e si collega a meccanismi di speculazione e corruzione. I tempi lunghi dei cantieri spesso si vogliono mantenere tali perché garantiscono affari, intermediazioni, interessi.

Ma al di là di questo, c'è un problema sociale fondamentale: i tempi lunghi paralizzano la città e il tempo delle persone. Come si può accettare un cantiere che dura mesi o anni quando le trasformazioni — anche generazionali — avvengono ormai in pochi anni? C'è un'incompatibilità strutturale tra la velocità delle vite contemporanee e la lentezza dei cantieri tradizionali.

A Milano, per esempio, ci sono cantieri aperti da cinque anni dove non succede niente. Questo è inaccettabile, oltre che insensato dal punto di vista progettuale. Oggi è possibile ridurre i tempi dell’edilizia attraverso cantieri intelligenti: l'uso di materiali prefabbricati e leggeri, di costruzioni modulari, di processi industrializzati.

La questione, dunque, ha due dimensioni. La prima è l'impatto sociale: la velocità del cantiere tradizionale è incompatibile con i ritmi della vita urbana. La seconda è tecnologica: la velocità del cantiere dipende dalla capacità di innovare. Il tema centrale è la trasformazione dell'azienda edile in azienda industriale. È un vecchio tema del settore, ma la cultura di questo comparto è spesso vecchia, resistente al cambiamento. Eppure l'industrializzazione è possibile, oltre che necessaria, e porta con sé l'abbassamento dei costi come ulteriore beneficio.

Progettare per i bisogni reali: salute, socialità, bambini

Quando si ripensano interi quartieri emerge l'opportunità di ridisegnare non solo gli edifici, ma anche gli spazi sociali, la viabilità, i luoghi di aggregazione. Quali bisogni emergenti dovrebbe intercettare la rigenerazione urbana?

C'è un tema metodologico fondamentale che spesso gli urbanisti ignorano: prima di progettare bisogna capire cosa vuole la gente. Che bisogni ha, che desideri, che necessità. In Francia questo approccio analitico precede sempre la strategia progettuale, da noi molto meno. I bisogni emergenti si concentrano su tre grandi aree.

La prima è la salute. Nel quartiere deve essere sempre più presente qualcosa che serva alla salute delle persone: può essere un presidio sanitario pensato in modo nuovo — piccolo, leggero, flessibile, accessibile.

La seconda riguarda l'intrattenimento e il divertimento, sempre più importanti come dimensione esterna alla casa. Servono luoghi dove si mescolano diverse attività: cultura, giochi, socialità. Spazi ibridi che rappresentino un'alternativa alla dimensione puramente domestica.

La terza area riguarda i bambini. C'è un bisogno di rapporti esterni nuovo, che si è radicalizzato con il Covid. Strutture dedicate ai più piccoli, spazi per il gioco e le attività: anche questo è un aspetto della salute complessiva della comunità.

Immagine 4
Il ruolo dell'innovazione costruttiva

L'analisi di Mario Abis delinea una tensione fondamentale: da un lato la necessità di creare nuove identità urbane in territori metropolitani in espansione, dall'altro l'insostenibilità dei tempi e delle modalità dell'edilizia tradizionale che paralizzano le città durante le trasformazioni.

La risposta sta nell'industrializzazione del processo costruttivo: tecnologie che permettano di intervenire in tempi ridotti, con minor impatto su residenti e comunità. Sistemi costruttivi come quello sviluppato da Ekoru — basato sulla prefabbricazione off-site e sull'assemblaggio rapido in cantiere — rappresentano esattamente questa evoluzione: cantieri che si completano in 6-8 mesi invece di 18-24, drastica riduzione dell'impatto sul tessuto urbano durante i lavori, possibilità di intervenire su più edifici contemporaneamente con risorse ottimizzate.

Quando la tecnologia costruttiva diventa capace di rispettare i tempi della vita delle persone, la rigenerazione urbana smette di essere trauma collettivo e diventa reale opportunità di trasformazione. La città non deve più scegliere tra cambiare e vivere: può fare entrambe le cose.



Mario Abis è sociologo e docente presso IULM University. Da oltre trent’anni studia le trasformazioni sociali e urbane delle città, collaborando con istituzioni, enti pubblici e studi di architettura — tra cui quello di Renzo Piano — su progetti di rigenerazione urbana. È stato responsabile sociologico del gruppo G124 e ha partecipato a tavoli istituzionali dedicati allo sviluppo delle Smart City e delle politiche urbane.